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Sito ufficiale di Informazione Turistica dell'Area Imolese

Garganelli

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Questa tipica pasta romagnola ha la forma di una penna smussata e rigata.

Il suo nome insolito deriva dal termine latino "gargala" che significa trachea.

I garganelli si preparano con farina, uova, parmigiano grattugiato e noce moscata.

Dopo aver tirato una sfoglia sottile con l’ausilio di un matterello, si tagliano dei quadrati di 4 o 5 cm per lato.

Si posano sul pettine di un telaio in diagonale, arrotolandoli con un bastoncino che non dovrebbe superare i 4mm di diametro.

Per preparare quelli verdi, basta aggiungere all’impasto una piccola quantità di spinaci bolliti, strizzati e tritati finemente.

Oggi è possibile trovarli in commercio già confezionati industrialmente.

Un tempo i garganelli venivano cotti e serviti in brodo, ma oggi sono di solito serviti asciutti e conditi con ragù romagnolo, bolognese o ai piselli.

 

Riferimenti Normativi: I prodotti tradizionali sono riconosciuti dal D.L. 173/98

 

Zona di produzione: Romagna e territorio imolese.

 

Abbinamenti col vino: I garganelli al ragù di selvaggina sono ideali con un Sangiovese di Romagna giovane.

 

Cenni Storici e Geografici: Una brava cuoca che operava da anni in una casa patrizia imolese, precisamente in quella del Cardinale Cornelio Bentivoglio d’Aragona, Legato Pontificio della Romagna nel 1725, era indaffarata a preparare il pranzo per un certo numero di invitati.

Il menù prevedeva i “caplétt” (chiamati ora “tortellini” dai bolognesi, ma di gusto alquanto diverso).

Dopo avere accuratamente preparato il ripieno con carne di maiale, petto di pollo e relativi ingredienti, lo mise da parte e si diede ad impastare farina con le uova.

Mentre tirava la sfoglia col matterello (s-ciadur), si accorse che un animale domestico aveva mangiato buona parte del ripieno.

Disperata per la difficoltà di poter trovare sull’istante il necessario per sopperire al grave inconveniente, le balenò ad un tratto una soluzione quasi prodigiosa.

A quei tempi in Imola, anche in casa di famiglie agiate, si filava la canapa e se ne tesseva la tela per la biancheria di famiglia.

Perciò nel cantuccio della legna, in cucina, si trovavano in quantità cannellini lunghi 20-30 cm, della grossezza di una comune matita, che servivano per accendere il fuoco.

Nella camera attigua dove si tesseva vi erano i pettini dei telai.

La cuoca disperata pensò di prendere i quadretti di sfoglia già preparati per i cappelletti, di avvolgerli al fusello e di passarli leggermente in rotazione sui denti del pettine, all’uopo disposto sul tavolo.

In breve la tavola si riempì di tanti tubotti rigati e dorati.

Cotti nel brodo di cappone, già pronto per i cappelletti, e serviti odorosi e saporiti, riscossero la generale approvazione dei commensali che stupiti per la novità vollero complimentarsi con la cuoca e chiesero, con interesse, delucidazioni sulla procedura usata nella manipolazione.

In breve tempo la ricetta venne conosciuta ed estesa a tutta la zona.

In seguito fu servita, come avviene tuttora, in diversi modi: oltre che in brodo, asciutta, stufata al forno, pasticciata con ragù di carne e al burro, con sugo contenente tartufi e funghi, sempre ben condita con parmigiano di ottima qualità.

Questa è la vera storia della genesi dei garganelli imolesi, che si raccontava nelle stalle durante i trebbi serali nei lunghi inverni romagnoli.

Come arrivare nella località
Ultimo aggiornamento: 18-10-2013